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La cottura fa la differenza
Perché certi funghi fanno male e altri sono commestibili? Perché alcuni sono mortali? Risposte sicure alle domande più correnti non ne esistono. E i motivi vanno ricercati nella quasi totale impossibilità di determinare chimicamente tutte le componenti di un fungo per poterne stabilire la sua commestibilità. La prova empirica e l’esperienza sono gli unici dati che permettono di stabilire le differenze. Che non sono univoche perché un fungo commestibile per una persona può stimolare «reazioni indesiderate» in un’altra. I micologi seguono una regola ben precisa, di tipo prudenziale, ma molto logica. Ci sembra giusto riportarla: «Anche i funghi commestibili vanno considerati velenosi da crudi. A meno che non ci siano esperienze che facciano ritenere commestibile quel fungo da crudo». Che cosa significa? Che un fungo definito commestibile lo è sicuramente da cotto. Non  necessariamente lo è da crudo. Se è cotto in modo parziale, può risultare indigesto. Il fungo è considerato cotto quando ha avuto modo di eliminare la cosiddetta acqua di vegetazione; in frittura o alla griglia, la cottura è da ritenersi solo parziale. Come comportarsi in caso di tentazione nei confronti di un fungo definito commestibile ma mai assaggiato in precedenza? Nel caso di ovolo buono (Amanita caesarea), di colombine verdi (Russula virescens), delle mazze di tamburo giovani (Lepiota procera), è accertata la commestibilità a crudo. Negli altri casi, assicurarsi che venga cotto a puntino e, la prima volta, mangiarne solo piccole quantità.